È una notte come tante, fuori nevica e il vento è gelido. Anche qui dentro fa freddo, ma io me ne sto ferma al mio posto, come tutti gli altri in questa grande “casa”. Io sono qui da qualche anno, mi hanno salvata da un posto oscuro e polveroso. Prima non sapevo che colore avesse la luce, né sapevo cosa si provasse quando qualcuno si prende cura di te costantemente. È una bella sensazione, mi fa sentire come se avessi un valore inestimabile. In questo posto ne ho conosciuti tanti come me, li ho visti arrivare e li ho visti andarsene. La mia stanza è la più bella e sfarzosa di tutte, grande abbastanza da ospitarci in dodici. La nostra è anche una delle stanze più trafficate qui, vediamo milioni di persone ogni giorno. In molti si fermano a guardarmi o farmi delle foto. È questo il prezzo da pagare per poter stare qui. Ma a me sta bene, io sono felice, credo…
Il mio lavoro è essere guardata, ammirata, a volte anche imitata. Vengo scrutata da tanti, in ogni mio dettaglio, in certi momenti vorrei che un velo mi coprisse in nome del mio pudore. Quando vedo centinaia di occhi fissarmi in cerca di qualcosa vorrei tornare in quella soffitta buia, lì di occhi non ne ce sono. Ogni giorno in qualsiasi momento sento parlare del mio valore, ma non sento mai nessuno parlare di me, o della mia storia. Ma questo posto è la mia salvezza no?
A volte mi chiedo come sarebbe la mia vita fuori di qui, se potrei essere più felice in altri luoghi, poi arriva la mia cara e dolce Angela, e mi dimentico delle mie giornate alla mercé di sconosciuti.
Angela ha un tocco gentile e una bella voce, grazie a lei non invecchio mai: lei mi pulisce il mantello dorato dalla polvere, mi ravviva il colore del vestito e del viso. Grazie a lei non perdo mai la mia luce. Si prende cura di me, Angela. Poi vedo i suoi colleghi fare lo stesso con i miei, e mi rendo conto che questa è la casa più sicura che potessi desiderare. Dopo il caos della giornata, la notte nella nostra stanza regna la tranquillità. La Luna illumina il nostro piccolo mondo entrando discreta dalle vetrate, quasi come se ci chiedesse il permesso di donarci un po’ della sua bellezza. A volte mi chiedo come appaia il mio aspetto baciato dai suoi pallidi raggi. Di queste ore mi piace la quiete. Stando qui ho imparato che dopo un po’ il rumore, che prima tanto desideravo, diventa insopportabile, ed ho iniziato ad apprezzare il silenzio.
Stanotte è più fredda delle altre, e nel silenzio si sente il fischio del vento che passa attraverso gli spiragli di una porta aperta. Una porta aperta? Non faccio in tempo a trovare una spiegazione razionale al perché dovesse esserci una porta aperta che sento un tonfo, un rumore sordo e delle voci. Voci estranee per me. Passi. Suono di passi pesanti e respiri spezzati. Non so chi siano, ma so che non dovrebbero essere qui. Li sento muoversi, parlano tra di loro ma non capisco cosa dicano. Si allontanano ed io faccio un sospiro di sollievo. Forse non era vero, solo il frutto della mia immaginazione. O magari era il direttore, che ha dimenticato qualcosa nel suo grande ufficio. Devo stare tranquilla. Va tutto bene.
Rieccoli. Sento di nuovo il rumore sordo di quei passi, ma non stanno andando via, li sento e sono sempre più vicini. Arrestano la loro corsa, sento il rumore delle chiavi nelle serratura della mia stanza. Perché aprono le porte? Cosa vengono a fare qui? Ora riesco a vederli, tre figure nere, stanno entrando guardandosi incontro. Ma cosa cercate? Girovagano per la stanza, parlano di somme, valori e tempi. Quanto vorrei fuggire. Li vedo tirare fuori dei teli e dei sacchi dagli zaini. Uno di loro rompe un vetro. I diamanti risplendono alla luce della Luna, emanano un bagliore che mi acceca, per poi essere spento da una sacca di tela, nella quale vengono deposti senza un briciolo di delicatezza.
Le tre sagome incappucciate ridono, toccano, prendono senza chiedere permesso. Uno di loro scruta la stanza e appena il suo sguardo si poggia su di me io vorrei solo scappare. Sotto il suo sguardo mi sento spogliata di ogni mia singola fibra di pudore. Quanto vorrei coprirmi. Perché continui a fissarmi? Vai via, ti prego. L’uomo chiama i suoi compagni con un fischio che mi fa rabbrividire.
Ora sono quattro gli occhi che mi osservano. Due le sagome che temo. Quattro le mani insanguinate. Sento il battito del mio cuore accelerare. Ti prego, non ti avvicinare. Il respiro mi si spezza. <<Quanto varrà secondo te?>>. È una frase che sento ogni giorno, ma in questo momento è la cosa che mi terrorizza di più. Uno di loro fa un passo verso di me. Quanto vorrei poter correre
via, invece sono costretta a star ferma, contro questa parete che per tanti anni è stata la mia casa, ma di cui adesso inizio ad odiare la sicurezza.
I due uomini continuano a fissarmi. Per anni tanti visi diversi mi avevano guardata in silenzio. Stanotte, gli sguardi hanno un peso diverso. Pronunciano il nome inciso su di me come si pronuncia il nome di una preda. Parlano di me come se non fossi proprio qui davanti a loro. Non vedono i miei colori, ma solo il mio prezzo.
Conto i passi che mi separano da loro. Uno.
Perché ti stai avvicinando a me? Due.
Rimani fermo.
Tre.
Ti prego…
Quattro.
Sei troppo vicino.
Posso sentire il suo respiro su di me. Vorrei voltarmi, ma sono bloccata in questa mia gabbia dorata. Si avvicina anche il secondo uomo e io vorrei poter urlare.
Posso sentire i loro occhi scorrermi addosso centimetro dopo centimetro, alla ricerca di un difetto, di un punto debole. È strano: migliaia di persone mi avevano osservata nel corso degli anni.
Nessuna mi aveva mai fatto sentire così esposta.
Ed ecco che sento un movimento. Cosa stai facendo? No… Uno di loro allunga una mano. Non toccarmi! Quanto vorrei poter chiudere gli occhi…
Sento il suo tocco viscido percorrermi in ogni centimetro. Mi sfiora soltanto, ma a me fa già male. Continua ad accarezzarmi e sento i brividi percorrere ogni mia cellula. Le sue mani sporche mi cercano dove nessuno ha il diritto di toccarmi. La sua non è ammirazione. È possesso.
Ora sento anche un altro tocco su di me. Il suo amico ha ritenuto opportuno non lasciargli tutto il divertimento. Vuole toccare anche lui il “capolavoro”. Da anni ormai sono abituata a sentirmi chiamare così, non sono di certo i primi… . Ma ora ho capito che questa parola non è altro che un modo gentile per dire proprietà. Ma io non sono un loro trofeo.
Ora le loro dita si insinuano tra me e il mio mantello dorato che mi ha protetta per tanti anni. Le loro mani stringono, spingono e vorrei solo poterli cacciare via da me. Ma non posso fare altro che restare immobile. Mi strappano via la cornice, e per la prima volta comprendo quanto sia fragile la parola sicurezza. Ora sono nuda davanti a loro, e non ho mai provato così tanta vergogna. Mi staccano dalla parete con poca attenzione, e provo la sensazione vertiginosa di chi perde improvvisamente la terra sotto i piedi. <<Piano>> sussurrano. Come se la delicatezza possa cancellare l’intenzione. Mi hanno staccata dalla parete senza guardarmi negli occhi. Mi hanno tolto la libertà senza chiedere, con la violenza nei gesti, nelle parole, nello sguardo.
Lasciatemi andare, vi prego…
Sento ancora le loro mani addosso, e mi sembra di bruciare. Dov’è finita la mia dignità? Cercano di maneggiarmi con cura, ma io sento solo dolore. Le loro parole sono come sale sulle ferite. Mi stringono per non perdermi. Ma nessuno si chiede cosa stia perdendo io. La mia libertà, la mia dignità, mi rimane solo la mia vergogna.
Sento un telo avvolgermi, loro non vogliono guardarmi, vogliono solo possedermi. Levatemi le mani di dosso! Mi spostano e io non riesco a vedere nulla che non sia il buio. Dietro di me lascio la mia ombra sulla parete. Davanti a me trovo un destino che non voglio, che altri hanno scelto al posto mio, senza chiedere il mio consenso, come se gli fosse dovuto. Mi portano via da casa mia come se ne abbiano il diritto. Come se bastasse solo volermi per meritarmi.
Nelle loro mani non sono più un’opera d’arte, ma un oggetto da usare come merce di scambio. Le loro dita continuano a toccarmi, le loro voci continuano a nausearmi e i loro passi continuano a farmi paura.
Uno.
Due.
Tre. Quattro.
Ad ogni loro passo mi allontano dalla mia vita.
Sono rotta, adesso. Le mie crepe trasudano terrore, rabbia e vergogna. Vergogna di una colpa non mia. Come se lo avessi scelto io.
Quando finalmente mi lasciano torno a respirare per un attimo. Non sento più le loro mani addosso, non mi stringono più fino a mozzarmi il fiato. Ho smesso di sentire i brividi provocati dalle loro languide carezze. Respiro, ora, ma dico addio alla mia libertà e alla mia felicità. Come se non fosse mai stata mia.
Non ho urlato, stanotte.
Non perché non volessi. Non per troppo coraggio. Non ho urlato, stanotte.
Perché i quadri non hanno voce.
Annalisa Scotti Belli
