Premio Michele Serio

Premio Michele Serio

A prize to celebrate talent,
a memory that inspires the future

A prize to celebrate talent,
a memory that inspires the future

Londra, Novembre Giovedì 16, 1926

Ore 19:11.

È da due settimane che piove a dirotto, le strade sono umide, ogni tanto la figura di un poliziotto in pattuglia emerge dalla fitta nebbia mescolata al fumo del carbone bruciato nelle fabbriche e dei camini delle case. Le carrozze attraversano le strade bagnate facendo risuonare lo scricchiolio delle ruote e il rumore secco degli zoccoli dei cavalli sui ciottoli.

Ore 19:30.

Il mio cammino è illuminato dalla luce giallastra e tremolante dei lampioni a gas. Quasi non ragiono più a causa della stanchezza causata dalla lunga giornata trascorsa a lavoro. Lavorare per mio fratello minore è svilente: William è sempre stato così, privilegiato da tutti, in particolare da nostro padre, ma svogliato e terribilmente ozioso. Nonostante sia io a mandare avanti l’agenzia di famiglia, nessuno ha mai una parola di riguardo nei miei confronti. Perché prendere in considerazione Violet Johnson, la povera segretaria dell’impareggiabile detective William Johnson? Questo, forse, è il pensiero di molti dei passanti che si trovano a girovagare per le strade di Londra, incuranti di manifesti come questo davanti ai miei occhi. “Rivendico il mio diritto a pensare.” Un’immagine di una donna in uniforme militare campeggia sul manifesto, ma non è vestita come gli uomini al fronte: il taglio è più aderente, quasi rigido nel tentativo di imitare un’autorità che le è stata concessa solo a metà. Lo sguardo fisso davanti a sé, il mento sollevato con una fierezza che rasenta la sfida. La osservo per qualche istante, rallentando appena il passo.

Ore 19:32.

C’è qualcosa di stranamente familiare in quella rigidità, in quella posa studiata per apparire incrollabile. Forse perché anch’io, in fondo, passo le mie giornate a fingere una forza che non mi appartiene oggi ho riordinato pratiche fino a consumarmi le dita, ho corretto i suoi errori, risposto a clienti che nemmeno sospettano chi stia davvero lavorando per loro. William, invece, ha passato il pomeriggio con i piedi sulla scrivania, intento a raccontare per l’ennesima volta lo stesso caso, abbellendolo ogni volta di più. Io ero lì, dietro di lui, a prendere appunti come un’ombra.

Ore 19:37.

Stringo il cappotto attorno alle spalle, riprendo a camminare. Mi faccio strada tra i quartieri centrali che si alternano a eleganti palazzi vittoriani, negozi illuminati e caffè frequentati da uomini colti che discutono ad alta voce. Da una porta socchiusa arriva il suono di un pianoforte. Per un istante mi fermo.

Ore 19:38.

Osservo l’interno: luci calde, risate, bicchieri sollevati. Nessuno lì dentro sembra avere freddo. Nessuno sembra stanco. Poi qualcuno chiude la porta e la musica si interrompe bruscamente.

Ore 20:15.

I vicoli diventano sempre più stretti e silenziosi. Nei quartieri popolari, tra case addossate l’una all’altra e cortili nascosti, la luce dei lampioni fatica a penetrare la nebbia. L’aria qui è più pesante, più densa. Sa di umidità, di fumo e di qualcosa che non riesco a nominare.

Ore 20:18.

Accelero il passo. Lo sento. Non lo vedo subito. È prima il suo profumo a raggiungermi. Tabacco scadente, mescolato a qualcosa di più pungente, acre. Un odore che riconoscerei ovunque. Il cuore mi si contrae in un istante. Victor Jenkins.

Ore 20:19.

Lo incrocio senza fermarmi. Neppure lui rallenta. È solo un attimo, un frammento di secondo in cui le nostre spalle quasi si sfiorano. Non c’è bisogno di guardarlo davvero, conosco bene il suo volto. Il taglio della mascella, quell’ombra di sorriso che non promette mai nulla di buono, quegli occhi. Eppure lo vedo lo stesso.

Ore 20:20.

Continuo a camminare. Non mi volto. Ma l’odore resta, come se mi fosse rimasto addosso, incastrato nei vestiti, nella pelle. Cerco di scacciarlo, ma è inutile. Alcuni ricordi non se ne vanno: si limitano a nascondersi, aspettando il momento giusto per riemergere.

Ore 20:22.

Le carrozze passano ancora, il rumore degli zoccoli copre per un attimo il battito irregolare del mio cuore. Respiro. Un passo dopo l’altro.

Ore 20:45.

Mi accorgo solo ora di aver stretto i pugni così forte da farmi male. Le dita sono rigide, le unghie hanno lasciato piccoli segni nel palmo.

Ore 20:47.

Sono lontana adesso. Lui è già solo una figura inghiottita dalla nebbia e dalla notte, come se non fosse mai esistito. Eppure so che non è così semplice. Non lo è mai stato.

Ore 20:55.

Quando finalmente raggiungo il mio appartamento, le dita mi tremano mentre infilo la chiave nella serratura. Accendo la lampada sul tavolo, chiudo la porta con più forza del necessario e resto appoggiata ad essa per qualche secondo. Ascolto. Nulla. Solo il mio respiro.

Ore 20:59.

Mi tolgo il cappotto ancora umido di pioggia. Lo appendo con cura, anche se una parte di me vorrebbe lasciarlo cadere a terra e dimenticarsene.

Ore 21:13.

Metto a scaldare un po’ d’acqua sul fornello. Il semplice gesto mi calma più di quanto dovrebbe. Osservo la fiamma tremolare, regolare. Quando l’acqua bolle, verso il tè nella tazza scheggiata che uso ogni sera.

Ore 21:15.

Mi siedo al tavolo con il tè tra le mani. Ripenso alla giornata, a William, ai clienti. Ripenso a quel manifesto. “Rivendico il mio diritto a pensare.” Mi sorprendo a ripetere quella frase a bassa voce. Suona diversa qui. Più vera, forse. Più pericolosa. Se davvero ho il diritto di pensare, allora ho anche il diritto di agire.

Ore 21:37.

Mi alzo e sistemo alcune carte che ho portato a casa dall’ufficio. Non dovrei, ma se non lo faccio io, nessuno lo farà. Le osservo: nomi, indirizzi, dettagli che William probabilmente dimenticherà entro domani mattina. Io no. Io ricordo tutto. Anche se nessuno lo vede.

Ore 22:10.

Spengo la lampada, lasciando accesa solo la piccola luce accanto al letto. La stanza cambia volto: diventa più stretta, più intima.

Ore 22:11.

Mi sdraio. Il sonno tarda ad arrivare. Ogni rumore sembra amplificato: un passo lontano, il vento contro i vetri, il cigolio del legno. Ripenso ancora a quell’odore.

Ore 22:47.

Adesso sono stanca, vado a dormire.

Venerdì 17, 1926

Ore 7:30

Ormai Londra è invasa da una pioggia incessante. Sempre la stessa sensazione mista a angoscia e monotonia, che più vivevo e più crescevano dentro di me insieme a un senso di tranquillità e sicurezza.

La tranquillità era diversa quella sera, nonostante la strada fosse la stessa e anche l’orario.

Nemmeno il tempo di realizzarlo che incrociai il suo sguardo.

È sempre stato lui il brio della successione di eventi della mia vita, assortendo ogni piccolo pezzo da farne perdere il senso. E purtroppo, a distanza di anni, mi fa ancora lo stesso effetto.

Qualcosa di discordante dominava l’aria, un’atmosfera che all’improvviso venne interrotta dalla luce intermittente dell’unico lampione funzionante della strada.

Accecata da questo discontinuo fascio di luce persi il suo sguardo non vedendolo più su quel marciapiede. Il brio aveva ripreso su di me il sopravvento, non ero più tranquilla, iniziavo a provare ansia… ma soprattutto pesantezza e controllo.

Questo senso di indeterminatezza mi portava ad accelerare sempre di più il passo e il respiro, al punto da non sembrare quasi più il mio.

Mi voltai e incrociai nuovamente quegli occhi. Mi fissava.

Sentii le sue mani serrare le mie braccia, bloccata a un muro, in un vialetto sperduto.

Ero sola.

Con lui.

Nel buio.

Barcollante su un muretto, mentre provava a soffocarmi, rividi le stanze chiuse, l’aria pesante, le parole sussurrate all’orecchio. Troppo vicino, troppo forti per una ragazza di 16 anni, troppo ingenua e convinta che quella stretta soffocante fosse amore.

La forza nelle sue mani era sempre la stessa, come quel modo di farmi sentire piccola, invisibile, necessaria solo per i suoi bisogni. Ma so di non essere più questo tipo

di ragazza, la ragazza di un tempo, la Violet che lo amava incondizionatamente, senza accettare sé stessa.

C’era del sangue.

La scena era cosi inquietante da farmi alzare di soppiatto e farmi spalancare gli occhi: era tutto un maledetto sogno.

Ore 10:11.

La cameriera apre di fretta la porta, comunica ansiosa che mio fratello William è recato giù ad attendermi per un nuovo caso da analizzare.

Inizio a prepararmi di fretta e furia, e senza gustare la mia colazione mi dirigo con mio fratello sulla scena del crimine.

Ore 11:00.

Appena giunti sul luogo del delitto notiamo una folla confusionaria racchiusa in un cerchio attorno al defunto.

Più ci avviciniamo e più mi sembra tutto così familiare.

La nostra presenza attira tanto l’attenzione della folla, che tutti si spostano per permetterci di esaminare il corpo. A prima vista riesco a scorgere i suoi piedi e solo allungando lo sguardo riconosco un qualcosa di familiare.

I suoi occhi.

E quel solito accenno di sorriso.

Ma questa volta non mi trasmette la solita agitazione. È immobile.

È morto.

Nessun caso mi ha mai colpito a tal punto: a furia di osservare il suo volto rigido, si blocca una piccola parte di me e intanto vedo mio fratello con la coda dell’occhio darsi da fare.

Ore 11:30.

Qualcuno mi sfiora la spalla: è mio fratello, inconsciamente speravo fosse Victor.

Sono stata incaricata di interrogare la famiglia del defunto.

Mi sembra strano. Ho sempre sperato di costruire una famiglia con lui, invece a distanza di anni, mi ritrovo a indagare sul suo omicidio.

Sento un forte senso di repressione, ma allo stesso tempo il senso di dovere mi spinge ad andare avanti e ad accettare l’incarico.

Proprio così, domani andrò lì, ad incontrare il futuro che si è costruito senza di

me.

Ore 22:47.

Adesso sono stanca, vado a dormire.

Sabato 18, 1926

Ore 10:30.

Tra trenta minuti dovrò incontrare Mrs. Jenkins.

Una strana sensazione mi opprime il petto da quando ho ricevuto il fascicolo del caso. Non riesco a darle un nome preciso. Non è paura. Non è semplice inquietudine.

È memoria.

Fuori dalla finestra il cielo di Londra è grigio, schiacciato da nuvole basse. Una pioggia sottile scivola lungo i vetri del mio ufficio deformando le luci della strada.

Il ticchettio dell’orologio sembra amplificarsi nel silenzio. Victor Jenkins.

Un uomo rispettato.

Un marito.

Un padre. Un morto.

Eppure il suo nome continua a trascinarsi dietro qualcosa di marcio.

Ho passato l’intera notte a rileggere le testimonianze. Nessuno sembra davvero addolorato dalla sua morte. Alcuni lo descrivono come un uomo elegante, carismatico. Altri abbassano lo sguardo non appena viene nominato, come se avessero paura perfino della sua ombra.

La cosa che più mi tormenta, però, è sua moglie.

Le poche informazioni presenti nel fascicolo parlano di una donna silenziosa, quasi invisibile agli occhi della società londinese.

Invisibile.

Conosco bene quella parola.

Ho come la sensazione di sapere già cosa troverò dietro quella porta. La sensazione di riconoscermi troppo in quella donna.

Ore 11:00.

Loro sono lì, davanti a me.

Mrs. Jenkins indossa un lungo abito nero, molto austero. Un foulard di seta le cinge il collo color avorio, custodendone con cura la sfiorita giovinezza e le prime sottili increspature che il tempo ha segnato sulla sua pelle.

Accanto a lei, con mio stupore, una bambina spaventata le stringe la mano. Indossa un piccolo vestito a motivo floreale; i capelli biondi, raccolti in una treccia, lasciano scoperto il suo viso di porcellana e, ai piedi, porta due piccole scarpine rosa.

Piange.

Mrs. Jenkins, mi porge la mano e si presenta. Spinge verso di me la bambina, che frettolosamente si asciuga le lacrime con la manica del vestito.

Il suo nome è Dorothy. Non so cosa pensare.

Le interrogo separatamente. Parto da Mrs. Jenkins. Inizio chiedendole cosa provi per la morte di suo marito. “Sarebbe dovuto succedere prima o poi.”

Neanche un velo di tristezza.

Le chiedo dove si trovasse la notte dell’omicidio. Risponde di aver passato la notte a casa con sua figlia.

“Che rapporto aveva con suo marito?”

“Quello con Victor, non è mai stato un matrimonio felice, ma l’ho sempre amato con tutta me stessa. Anche dopo ciò che ha fatto a me e a nostra figlia.”

“Si spieghi meglio. Che cosa vi ha fatto?” Titubante, si toglie il foulard.

L’ha strangolata.

D’improvviso mi sento catapultata nel passato.

Avevo solo quindici anni quando ho conosciuto Victor. È stato il mio primo

amore.

All’inizio la nostra relazione era perfetta. Victor era il mio principe, un ragazzo onesto, di buona famiglia. Diceva di amarmi veramente.

D’un tratto, però, la maschera del principe cadde, rivelando la belva che

nascondeva dietro.

Cominciò con un semplice schiaffo in un momento di rabbia. Disse che era colpa mia, che ero io a renderlo così.

Mi sentivo sbagliata, ma facevo di tutto pur di accontentarlo.

stata.

Le violenze, però, aumentarono.

Mi ricordo quel giorno come fosse ieri: il 17 aprile 1915.

Era sera. I miei genitori erano fuori città, mentre mio fratello dormiva.

Sentii dei pugni battere contro la porta, poi la sua voce, furiosa come non era mai

Aprii senza pensare alle conseguenze. Subito sentii la sua mano afferrarmi il collo.

Gli dicevo che non riuscivo a respirare ma lui non ascoltava, continuava a gridare

“Lo so che mi hai tradito, confessalo! Pagherai per questo.” Quando quella presa mortale mi lasciò, avevo il volto rosso, ma non gli bastò.

Afferrò i miei capelli e mi trascinò nella mia camera. Era tutto buio, mi scagliò contro ogni parete della stanza. Sentii il rumore delle bambole di porcellana cadere una ad una. Con uno schiaffo mi gettò a terra e i frammenti di porcellana si macchiarono del mio sangue.

Un pugno, un altro, poi un altro ancora. Strisciavo sul pavimento implorandolo di smettere. Non vedevo niente, avevo troppa paura di aprire gli occhi. Ricordo ancora il luccichio del suo anello di smeraldo, l’odore del whiskey incollato alla seta della sua camicia, sentivo il mio corpo schiacciarsi, le mie ossa frantumarsi, ero a stento riconoscibile.

Victor non voleva fermarsi. Gli piaceva, quasi lo eccitava vedermi soffrire.

Non so come, né perché, ma si fermò. Si inginocchiò vicino a me, e iniziò a piangere. “Scusami, scusami amore mio, è stata la rabbia, capisci? Questo non sono io, lo sai che ti amo vero? Ti amo tanto.”

Non risposi, mi ero rannicchiata contro il muro, e lui era lì, a fissarmi, in attesa della mia risposta.

Tuttavia, questo è niente, se confrontato con quello che successe dopo. Impiegò del tempo a convincermi a frequentarlo nuovamente.

Ogni volta che le sue mani si avvicinavano a me sussultavo come se fosse un riflesso. Avevo paura di lui, ma credevo di amarlo. Iniziai a convincermi persino che lui mi amasse davvero e che ciò che era accaduto era solo stato un attacco di rabbia. Sembrava diverso, mi regalava un fiore ad ogni incontro, mi comprò persino un vestito nuovo. Non aveva mai fatto così tanto per me. Ma quest’illusione durò ben poco.

Era il 20 maggio 1915, le 10 del mattino. Victor aveva organizzato una sorpresa per me:

Un picnic!

Mi portò in un campo meraviglioso pieno di fiori, illuminato dal sole, sembrava il paradiso.

Quando il sole cominciò a calare, tornammo in auto. L’aveva comprata da poco e la sfoggiava in ogni occasione, come un trofeo. Rimanemmo seduti a guardare le stelle, non mise in moto. In qualche modo una parte di me capì quali erano le sue intenzioni. Mi baciò appassionatamente e io lo assecondai, il nostro respiro riempiva il silenzio, le sue labbra non volevano staccarsi. Mi spinse contro la portiera. “Victor basta!” gridai, ma la risposta che ottenni in cambio fu: “Non fare la difficile, so che lo vuoi anche tu.” Quando realizzai pienamente cosa stava per succedere era già troppo tardi. Afferrò il corpetto del vestito e mi scaraventò sui sedili posteriori, tentai di aprire la portiera, ma era bloccata. Ero in trappola. Si gettò sopra di me. Fece scivolare la sua mano fredda sotto la gonna, e mi strinse la gamba tanto da farmi male. Con le poche forze che mie erano rimaste gli piantai le mani nel petto e lo spinsi via, ma il suo anello mi colpì in pieno volto facendomi sanguinare il labbro superiore. Mi inchiodò al sedile, tenendomi i polsi bloccati con una mano. Mi contorcevo affannosamente. Alzò la mia gonna di fiori e mise le ginocchia sulle mie gambe per tenerle aperte. Il peso del suo corpo mi schiacciava. Sbottonò il pantalone, e lì iniziò la vera tortura. Si era preso il mio corpo e la mia dignità. Mi sentivo sporca, lurida, schifosa. Ricordo il suo volto: aveva gli occhi chiusi, il volto verso l’alto, e gemeva, sorrideva. Lo sentivo dentro il mio corpo, violava ogni singola parte di me. Non so quanto tempo passò, ma sembrò durare all’infinito. Quando finì si passò la mano tra i capelli biondi come volesse sistemarli, per indossare la sua maschera da principe. Mentre era ancora sopra di me, mi asciugò le lacrime e mi disse che era stato divertente, di non farne una tragedia. Dopo aver congedato Mrs. Jenkins, faccio entrare Dorothy.

La bambina avanza lentamente nella stanza stringendo tra le mani una piccola bambola di stoffa. Tiene lo sguardo basso.

Per un istante non vedo una testimone. Vedo soltanto una bambina terrorizzata. “Ciao, Dorothy.”

Non risponde.

Si siede sul bordo della sedia, rigida, le gambe troppo corte per toccare terra. “Non devi avere paura”, le dico cercando di addolcire la voce.

Silenzio.

“Ti piace disegnare?” Annuisce appena.

Le porgo un foglio e una matita. Lei li prende lentamente, quasi con diffidenza. Comincia a tracciare linee incerte sul foglio.

“Com’era tuo padre?” La matita si ferma. “Papà urlava.”

Sento qualcosa stringermi lo stomaco. “Urlava spesso?”

Lei annuisce.

“Papà era sempre arrabbiato.” Stringe più forte la bambola. “Molto arrabbiato.”

La voce le si spezza.

Un brivido mi attraversa lentamente la schiena. “Ricordi altro?”

Dorothy scuote lentamente la testa. “No.”

Bugia.

Lo capisco immediatamente.

Ma non è la paura di essere scoperta. È la paura dei mostri che continuano a vivere nella memoria anche quando sono morti.

Dorothy mi porge lentamente il foglio. Ci sono tre figure.

Una donna. Una bambina.

E accanto a loro una figura enorme, scura. Non ha occhi. Non ha volto. Solo mani nere troppo grandi.

In quel momento comprendo una cosa.

Per Dorothy, Victor Jenkins non era un padre. Era un mostro.

Ore 19:08.

Dopo aver terminato gli interrogatori, raccolgo le mie cose e lascio l’ufficio. Cammino senza fretta, ripensando a Mrs. Jenkins e Dorothy.

Più ci penso, più ho la sensazione che questa storia nasconda qualcosa che ancora non riesco a vedere.

Ore 21:37.

Sfoglio ancora una volta il fascicolo Jenkins.

Poi lo richiudo.

Domani sarà un altro giorno.

Ore 22:47.

Adesso sono stanca, vado a dormire.

Giovedì 23, 1926

Ore 9:00.

È passata quasi una settimana dalla scoperta dell’omicidio.

I casi da risolvere e il lavoro da svolgere sono aumentati, ma il caso di Victor è sempre lì presente. Mi sento vicina alla verità, ma c’è qualcosa che mi turba.

Ore 11:11.

Ho ripreso il lavoro. L’immagine dalla scena del crimine è impressa nella mia mente. Non va più via. Mi sembra ancora di vedere il suo corpo lì. Immobile. Esanime. Tutto ciò che è impresso nei miei ricordi non rispecchia ciò che vedono i miei occhi: una sagoma. È tutto così vuoto. Solo ora mi accorgo dell’assenza di alcuni oggetti.

Ore 16:05.

Ho riflettuto a lungo sugli indizi mancanti.

Perché me li hanno nascosti? Sarebbe stato molto più semplice risolvere il caso in tempi celeri.

Non può essere stato William, ma ciò non mi sorprende. Lui non ha mai fatto nulla.

Sarà forse stato Robert? Ha sempre cercato di avere il controllo della situazione, ma non ci è mai riuscito. Sono sempre stata più scaltra. È inutile adesso continuare a rimuginare sul passato, è tempo di agire.

Ore 18:28.

Ormai è passata un’ora da quando sono arrivata al magazzino. Proprio come immaginavo. Ancora una volta Robert ha dimostrato di essere un uomo vile e meschino.

Ha cercato di intrattenermi proprio all’entrata del magazzino con le sue stupide domande. Tutto pur di mettermi i bastoni fra le ruote. Ciò non mi ha impedito di continuare le mie ricerche, ovviamente.

Ore 20:42.

Dopo ore intense di ricerca ho trovato finalmente la scatola. Un cappello.

Un paio di guanti. Un anello.

Tutte cianfrusaglie. Nessuna traccia.

Tutte le mie fatiche sembrano essere state vane. No, non può finire così.

Sento che qualcosa mi sfugge.

Ore 22:22.

Il magazzino tra poco chiuderà. Devo sbrigarmi.

Mi tocca sistemare le cose. Un cappello.

Un paio di guanti. Un anello.

Un fazzoletto… perché non l’ho visto prima?

“V. J.” queste sono le iniziali ricamate sul pezzo di stoffa che ho tra le mani. C’è del sangue.

22:31.

Cammino per strada. Non c’è nessuno.

Ripenso a quelle iniziali. Le sue iniziali. No, le mie iniziali. No, le mie iniziali. Le mie.

22:47.

Adesso sono stanca. Ma questa volta non riuscirò a dormire.

Collettivo Pink is Cool

Barra Roberta
Caputo Sabrina
Costantini Ludovica
Loffredo Elisa
Mancino Vittoria Celeste
Salemme Francesca
Sardella Gaia
Scotti d’Abbusco Arianna Pia