Nella vita tutto è possibile. Ho sentito questa frase centinaia di volte ma ho sempre pensato si
trattasse di una delle solite dicerie di paese, uno di quei detti ormai annoverati tra i “sempreverdi” del mondo gergale ed impiegato sia nella buona che nella cattiva sorte per cercare di dare un significato filosofico ad ogni evento. Purtroppo, la vita mi ha posto dinanzi a delle circostanze per cui ora mi risulta impossibile ignorare la veridicità di tale espressione. È capitato tutto così in fretta. “Ex improviso” dicevano i latini, no? Non so perché il fato abbia voluto che mi accadesse ciò, ma del resto, pensandoci, neanche Didone si aspettava di essere abbandonata dall’uomo di cui era follemente innamorata. Spero che il mio sacrificio possa aver risparmiato qualche altra anima dal sopruso cui sono stata sottoposta. Ah, scusate…dimenticavo, il mio nome è Chiara. A volte mi perdo nelle piccolezze e mi dimentico dei dettagli più importanti, quelli che alla fine servono per rendere tali anche i particolari più sottili appunto. Il mio nome deriva dal latino “clarus” e significa “luminoso”, “splendente”. Mia madre mi ha confessato solo sul letto di morte il motivo che la spinse a scegliere proprio questo nome. <<Dal primo momento in cui ho saputo di star aspettando te, ero sicura che il tuo sorriso sarebbe stato il più lucente di tutti; avresti portato il sole nella vita di chiunque avesse incrociato i tuoi passi piccola mia>> sussurrò al mio orecchio poche ore prima di toccare il cielo. Si, ho sempre avuto un sorriso particolare, enigmatico quasi quanto quello della Gioconda. Giovanni, mio cugino, me lo ripeteva ogni qualvolta ci vedessimo. Ne era innamorato…forse troppo…forse in maniera ossessiva. Non abbiamo mai avuto un rapporto da “semplici” cugini, o almeno, lui la pensava così. Io provavo per lui lo stesso affetto che dimostravo nei confronti di Daniel, Luca, Tania e Rosanna, legati a me dal suo stesso grado di parentela. Ero una ragazza normale, eppure lui mi ripeteva costantemente di vedere in me una scintilla, che mi elevava al piano di “DIVINITÀ ASSOLUTA” e che lo spingeva a mantenere un rapporto di estrema vicinanza. Con il passare degli anni però, il trasporto senza freni di Giovanni nei miei confronti svanì, arrivando al punto di decidere di trasferirsi. La sua scelta non mi rattristò, anzi fece sentire sollevata: finalmente dopo anni di inseguimenti tutto era finito, almeno con lui. Avevo appena compiuto 22 anni quando prese questa decisione e ricordo ogni giorno da quel momento con una nitidezza tale da poter descrivere per filo e per segno il susseguirsi degli istanti che scandivano le mie giornate. Il caffè assumeva quotidianamente un sapore diverso, le margherite appoggiate sul davanzale davanti la finestra della cucina emanavano un odore rugiadoso e terroso, che mi facevano rivivere il ricordo nostalgico delle giornate passate in compagnia della mia povera madre a giocare nel giardino della dimora estiva di famiglia. Ero felice e ne ero perfettamente consapevole. Non rincorrevo sogni impossibili. Non è mai stata una mia prerogativa. Lavoravo in uno studio dentistico. Guadagnavo il giusto per poter sanare le spese essenziali e concedermi qualche sfizio. Si, ero proprio contenta. Le cose andarono bene fino al mese appena precedente alla data che rimarrà in etereno un segno indelebile sulla mia pelle.15 marzo 1982. Le idi di marzo. Strano no? Io che a scuola avevo sempre mostrato una propensione verso la storia romana, proprio il giorno corrispondente al decesso, per mano di Bruto e Cassio,di Gulio Cesare, la vita decideva di porre fine alla mia di storia.“Corsi e ricorsi storici”, come direbbe il filosofo Vico. In effetti, noi non possiamo scegliere il momento della nostra venuta al mondo né quello della nostra dipartita. Tutto è nelle mani di qualcuno di superiore. Per me però non è stato proprio così. La mia morte non è stata il risultato di una successione di eventi “naturali”, bensì di una scelta. Una scelta non mia e sicuramente né “dell’essere superiore”. Quella giornata ha segnato per me l’inizio di un nuovo capitolo, lontano da questa terra. La ricordo dettagliatamente. Mio nonno mi ripeteva sempre che i defunti non possono essere definiti veramente tali, perché vivono sempre nel cuore degli altri.
Chissà io nel cuore di chi sono? Non saprei dirlo. Però sono certa di una cosa. Che voglio tormentare l’animo di chi ha preso quella decisione arbitraria…quella maledetta scelta. Le mie urla ancora rimbomano nella MIA testa. E no, non deve essere così. Esse devono lacerare lentamente i SUOI pensieri. Io non ho colpe, al di fuori di quella di desiderare di vivere. <<Perché esisti? Hai causato solo problemi. Devi morire.>>. Parole che risuonano come lame. Ma ritorniamo a quel giorno. Il sole risplendeva. I primi sentori di primavera si erano palesati in natura. Io sorridevo alla vita. Andai a lavoro. Tutto era normale. Ma in fondo anche io mi ero sempre sentita una ragazza normale. Qualcuno però non era dello stesso parere. Prima di tornare a casa mi fermai al supermercato. Appena arrivai fuori al portone del palazzo, trovai lì ad accogliermi Dario, il portiere. Mi diede una lettera. Non esitai un secondo ad aprirla, la mia curiosità era indescrivibile. Non ero solita riceverne. “Ti aspetto questa sera alle ore 20:30 alla Galleria degli Uffizi. Dinanzi alla Venere di Tiziano Vecellio. Troverai la Galleria chiusa. Ma non disperare. Sul retro troverai una porta. È danneggiata.Entra da lì. Porta con te il tuo cuore. Non te ne pentirai. Tobia.” Il mio fidanzato non era mai stato così dolce. Si, era riconosciuto per essere un tipo teatrale nelle richieste e un appassionato d’arte,ma comunque ero abbastanza perplessa. Stavamo insieme da 3 anni. Lui viveva a Lucca. Era un carabiniere. Le occasioni per vederci erano sporadiche. Non era un tipo romantico. Erano le 20:04. Dopo qualche secondo di riflessione decisi di andare “all’appuntamento”. Mi avrebbe fatto piacere rivederlo e la sua missiva mi aveva incuriosito. Ho sempre amato tali “giochi enigmatici”. Lasciai le compere esigue che avevo fatto nelle mani di Dario, saltai sulla mia biciletta e mi diressi verso il museo. Non lo sapevo, ma quelli sarebbero stati gli ultimi minuti in cui avrei assaporato la brezza leggera mossa dal movimento della bici sulle mie labbra. Arrivai al luogo dell’incontro alle ore 20:28. Feci quanto riportato nella lettera.
Effettivamente solo delle menti sottili e geniali avrebbero potuto notare quella porta. Tobia lo era. Entrai. Mi diressi verso il quadro indicatomi. Non c’era nessuno. Le luci soffuse poste in ogni angolo della Galleria rendevano la situazione ancora più inquietante ma irresistibile. Qual è quel termine usato per descrivere situazioni simili a questa? Ah si, SUBLIME. L’atmosfera era così sublime. Una volta giunta dinanzi al quadro lo ammirai con estrema attenzione. Mi era capitato innumerevoli volte di visitare gli Uffizi e di passare davanti a tale opera, ma solo in quel momento mi rendevo conto della bellezza disarmante dei suoi dettagli. Il contrasto chiaro-scuro, il forte erotismo, il realismo dell’ambiente attorno al soggetto raffigurato. Di Tobia però non c’era traccia. Forse aveva trovato traffico. Aspettai. Guardai l’orologio. Erano le 20:58. Improvvisamente udii un rumore. Era la porta. Stava per arrivare. Ero emozionata. “Galeotto fu il dipinto e chi lo realizzò” pensai. Magari mi avrebbe chiesto di sposarci. Avrei detto subito si. Lo amavo. Sentivo il rumore dei suoi passi. Andava spedito. Sicuramente non vedeva l’ora di abbracciarmi. Tremavo dalla gioia.
<<Amore, dove sei? Dai corri.>> dicevo . L’eco della mia voce risuonava in tutta la Galleria. Non arrivava. Improvvisamente non percepivo più le sue scarpe scontrarsi con il pavimento. Cosa stava succedendo? Avevo paura. Tutto d’un tratto sentii il respiro di qualcuno sul mio collo. Non era Tobia. L’avrei riconosciuto. Non ebbi neanche il tempo di voltarmi. Quell’entità sconosciuta mise violentemente la mano sulla mia bocca. Non potevo urlare. Cominciai a dimenarmi con forza per cercare di liberarmi. Nulla. Ormai mi aveva tra le sue grinfie. Percepii la lama di un coltello scorrere lentamente lungo il mio corpo e poi fermarsi nella parte centrale della schiena. Il primo colpo era stato sferrato. Ne seguì un altro. Ancora uno. Andò avanti così per 23 volte. Indovinate chi ricevette lo stesso numero di coltellate? Giulio Cesare. <<Muori. Muori. Sgualdrina. Altro che Dea. Tu non hai neanche un minimo del portamento della donna raffigurata nel dipinto. Muori.>> .
Il mio carnefice ripeteva questa frase di continuo. Il sangue ormai fluiva ovunque. Ero stremata. Ma ancora viva. Dopo 23 colpi, il dolore era passato in secondo piano. Strano no? Sapevo di star per svanire. Provavo solo tristezza. Volevo vivere. Perché non potevo? L’assassino mi scaraventò per terra. Ma ero ancora viva. Feci capo a tutte le mie forze pur di rimanere desta. Dovevo vedere in faccia chi stava provocando la mia fine. Volevo vivere. Il sangue cominciò a mescolarsi alle lacrime. Provai a girarmi. Inutile dire che non ci riuscii. Il coltello. Di nuovo. Questa volta il movimento era diverso. La lama iniziò a muoversi orizzontalmente. Che dolore straziante. Mi stava tagliando a pezzi. Non avevo più un briciolo di dignità. Il braccio sinistro era ormai separato dal corpo. Anche la gamba destra. Era finita. Addio. <<Questa è la fine che ti meriti. Schifosa.>> Le ultime parole che udii. Non si trattava di un uomo…ma è l’unico indizio che posso fornirti. Collega i punti. Analizza le storie. Anzi, posso dirti altro. Sono sicura che all’assassino sia caduto un foglio. Non se ne è accorto.È l’unica cosa che sono riuscita a vedere mentre mi sferrava i colpi. Controlla. Adesso devo salutarti. Ti chiedo un ultimo piacere. Per favore, vivi e ricorda che nella vita tutto è possibile. Sono Chiara. L’ispettore Milton si svegliò. Era sudato. Si vestì in pochissimi minuti.
Salutò la moglie di sfuggita. Si diresse verso il luogo del delitto. Come aveva fatto a non vederlo? In prossimità del dipinto, trovò il biglietto. Si era mimetizzato con la parete. Lo aprì. “La parentela non conta. Il vero amore è il mio. Alea iacta est” Collegò i punti proprio come gli era stato suggerito in sogno. <<Dea…parentela…amore…ossessione>>. Chiamò in questura. Aveva capito tutto. Non era stato un uomo. Non era Tobia. Neanche Giovanni. Era stata una donna. Nessuno l’aveva mai presa in considerazione. Proprio la moglie di quest’ultimo. Sara. L’ispettore ne era certo nonostante i suoi collaboratori fossero titubanti al riguardo. Come avrebbe mai potuto? Le prove c’erano. Bastava solo ragionare. Ed proprio questo ciò che era mancato al signor Milton in quei mesi di indagine. Il ragionamento. Si era soffermato solo sull’evidenza. Senza mai andare a fondo. Fu molto semplice far confessare la donna. Ormai era fuori di sé. Bastò una piccola insinuazione e sputò il rospo. Aveva arichitettato ogni passaggio accuratamente. Dopo 800 giorni di richerche tutto si era risolto in poco. Bastò un sogno rivelatore. Come accadeva per ogni caso affidatogli. Ciò mi è stato raccontato dagli altri spiriti.Strano. Ma efficace. L’avessi saputo prima.
Ma meglio tardi che mai, vero? Adesso Sara è finita a processo. Chissà quanti anni di carcere le daranno. Ormai non mi interessa. L’ispettore invece, è seduto sulla sua poltrona ora, è tranquillo.
Sta leggendo una poesia. Sembra essere un sonetto di Petrarca. Fammi vedere un po’ meglio… “Passa la nave mia colma d’oblio”. Sembra interessante. Lo leggo anche io. Un passo dice “la vela rompe un vento humido eterno di sospir, di speranze, et di desio”. Anche a me è accaduto lo stesso. La mia nave si è arrestata all’improvviso e con lei tutte le mie speranze e desideri. Sono morta. E voi, si, voi che leggete, avete capito il movente? Beh, io non ve lo dirò… dovete ragionarci su…
<<Chiara?Sei tu? Ti ho sognata di nuovo …ma devo dire che non è poi così male…mi hai fatto capire una cosa importante che ho sempre trascurato: devo vivere. “Carpe diem”, diceva Orazio, no? Non posso trascorrere i miei giorni impelagato nella tristezza del passato e nell’incertezza del futuro… perché nella vita in fondo, tutto è possibile; anche sognare spiriti a quanto pare…>>
Arianna Pia Scotti D’Abbusco
