Premio Michele Serio

Premio Michele Serio

Un premio per celebrare il talento,
un ricordo che ispira il futuro

Un premio per celebrare il talento,
un ricordo che ispira il futuro

Scrivo dal tavolo della cucina. Ore due e diciassette del mattino.
La lampada delimita un cerchio di luce preciso. Domani, alle otto, mi apriranno il torace.
Non è un’urgenza medica. Il mio cuore funziona regolarmente; è questo che li preoccupa.
Guardo il bicchiere d’acqua. La distanza dal bordo è di quattro centimetri esatti. Il vetro scheggiato
riflette la luce in un angolo netto. La scheggiatura è sempre la stessa. Il riflesso anche.
Il frigorifero vibra: tre secondi di ronzio, cinque di silenzio. Il ciclo si ripete identico. Il ritmo
rimane scandito.
Rivedo la linea verde sul monitor che andava su e poi giù, scendeva con la stessa regolarità.
Bip. Bip. Biiip.
Il suono mi pervade le orecchie.
Mia madre stringeva il lenzuolo, fino a quando le sue mani non smisero di fare pressione. Io tenevo
le mani sulle ginocchia. La possibilità che morisse era già stata considerata.
Osservai il suo petto smettere di gonfiarsi, le sue narici cessare di dilatarsi.
Dopo qualche minuto mi alzai dalla sedia e me ne andai. I corridoi dell’ala ovest erano deserti,
immersi in una penombra satura di polvere e odore di disinfettante.
Fuori, la città era scura. Un po’ come questa sera, le luci fredde della strada mi tenevano
compagnia. Ora la strada è deserta. Le finestre illuminate sembrano punti su una griglia; dietro
ognuna di esse c’è qualcuno che nasconde qualcosa. Una menzogna, un tradimento, un desiderio.
Il mio cuore, dicono, non ha niente di tutto questo.
Tutto è iniziato sei mesi fa, durante un controllo biometrico di routine, obbligatorio per i residenti
del mio quartiere.
Una semplice scansione dei flussi sanguigni e delle risonanze morali, una formalità burocratica che
i miei concittadini affrontano con l’ansia tipica di chi ha qualcosa da nascondere.
Io mi ero seduto sulla poltrona di metallo della clinica senza alcuna preoccupazione. Quando la
macchina ha elaborato i dati, il medico non poteva credere ai suoi occhi.
Era convinto che i sensori fossero spenti o guasti. Non riusciva ad accettare che lo schermo
restituisse una piastra di luce pura.
Io stesso, quando mi hanno mostrato l’immagine della mia radiografia, ho pensato a un errore. Gli
altri cuori avevano venature scure, zone dense, ombre.
Il mio no.
Bianco.
Uniforme.
Il medico ha usato la parola “immacolato”. Non l’ha detta come un complimento.
Per loro, l’assenza di anomalie è l’anomalia più grande. D’altronde cos’è l’uomo spogliato dei suoi
desideri, difetti e paure più recondite?
Un guscio biologico. Un sistema che distribuisce ossigeno ai tessuti secondo intervalli regolari. Io
forse sono soltanto questo.
Il frigorifero vibra di nuovo. Tre secondi di ronzio. Cinque di silenzio.
Il ronzio mi riporta a un altro fragore.
Dapprima sentii parole confuse, biascicate al vento; poi il rumore del vetro in frantumi, che si
sparge in mille pezzi sul terreno.
Fui io a spingerlo.
Non ci fu colluttazione, né rabbia.

La rabbia richiede un’accelerazione del sistema, un dispendio energetico che non ho mai ritenuto
necessario. Calcolai solo la forza necessaria a vincere il suo equilibrio precario, alterato dall’effetto
dell’alcol. È bastata una pressione costante, esercitata con il palmo della mano destra esattamente
tra le sue scapole. Subito dopo, ricordo il tonfo secco: l’impatto della carne sull’asfalto bagnato del
cortile, cinque piani più in basso.
Contai sette secondi.
Poi dieci.
Trenta.
Scesi.
La notte inghiottiva i palazzoni popolari, l’aria sapeva di smog e pioggia acida.
Lo vidi lì: la gamba piegata in un angolo innaturale, la testa girata verso il marciapiede umido. La
distribuzione del peso non era più uniforme.
Le ossa del cranio avevano ceduto per prime, modificando la simmetria del volto in modo
irreversibile.
Durata del collasso: trenta secondi.
Mia madre urlava contro le finestre cieche della città.
Un suono acuto e disordinato, privo di qualsiasi senso logico.
Perché mai decidere volontariamente di accelerare il proprio battito per un dato di fatto ormai
incontrovertibile?
Il dolore mi appariva come un inutile spreco di ossigeno. Io intanto guardavo la posizione del
braccio, l’assenza di sangue immediata, il punto esatto dell’impatto.
In quel momento sapevo che le norme sociali avrebbero richiesto delle lacrime.
Non avvenne.
Mio padre amava tutto ciò che poteva consumare: donne, alcol, sigarette, notti intere fuori casa.
Tornava con l’odore di altri corpi addosso. Rideva da solo. Si versava da bere con la mano che
tremava. Il suo cuore, se fotografato, sarebbe stato pieno di venature scure.
Il mio no.
Ma io, a differenza sua, non lascio spazio a conflitti interni. Ho rimosso mio padre dall’equazione
come si spegne un elettrodomestico che produce troppo rumore di fondo.
Ricordo come ogni sera mia madre fosse solita stirare la camicia di mio padre. Il tessuto seguiva il
ferro, si appiattiva.
Nessuna piega.
Nessuna resistenza.
Le dicevo sempre: «Anche stasera è tornato più tardi del previsto». E la risposta che seguiva era
sempre la stessa: «Lo so, figliolo. Aveva importanti questioni di lavoro».
La camicia veniva sempre riportata nella stessa forma, ripulita dalle tracce di donne estranee.
Ogni sera.
Le parole restavano identiche. Anche quando era evidente che non fossero vere.
Grande talento dell’uomo è sempre stato questo, in fondo: illudersi.
Tre mesi fa lo feci anch’io, dicendo a una donna che la amavo.
Non era vero.
Volevo vedere se una bugia poteva lasciare un’ombra.
Lei pianse.
Io osservai il tremito delle sue spalle, il tempo tra un singhiozzo e l’altro, la distanza tra la sua mano
e la mia.
Non provai nulla.
Alla clinica, l’immagine del mio cuore era ancora bianca. Lì mi hanno mostrato altri casi.

Una donna che aveva tradito il marito per anni: ramificazioni scure.
Un uomo che aveva mentito in tribunale: una macchia compatta.
Poi il mio.
Bianco.
Senza fratture.
Senza conflitti.
Hanno evitato la parola “mostruoso”, ma era presente.
Il frigorifero vibra ancora.
Tre secondi.
Cinque di silenzio.
Il bicchiere è sempre nello stesso punto. La città non ha aggiunto né tolto luci.
Domani mi apriranno il torace per capire se un cuore così può essere modificato. Non per salvarmi.
Per studiare cosa succede quando si introduce una frattura dove non ce n’è. Per capire se un mostro
della società possa riavvicinarsi a essere minimamente nella norma. Normalità: che poi non è altro
che un concetto inventato dall’uomo, per sentirsi meno solo ed escluso dagli altri.
Guardo di nuovo il pavimento.
I mattoncini sono allineati.
Sei per sei.
Perfetti.
Separati da fughe sottili.
Non ci sono crepe.
Per ora, tutto regge.

Roberta Barra